Scelta vincente

 

Sono nato nel 1971 da papà caraibico, emigrato a Londra, e madre italiana. Nessuno dei due era credente, né tanto meno cristiano evangelico praticante. Mio padre girava l’Europa per lavoro (era un musicista) e fu proprio a Rimini che conobbe la mia mamma, la quale felicemente lo seguì a Londra dove appunto nacque il sottoscritto.

 Come dicevo non sono cresciuto in una famiglia cristiana. Ciononostante, quando i miei si separarono e con mamma ci trasferimmo definitivamente a Rimini, passai gran parte dell’adolescenza con mia nonna materna, la quale aveva da poco accettato Gesù nella propria vita.

Devo ammettere che fu un periodo particolarmente difficile: la separazione non era stata rose e fiori, aveva influito abbastanza negativamente sul mio carattere, anche se poi ne avrei beneficiato dal punto di vista lavorativo. Nondimeno mia nonna, grazie a Dio, fece un buon lavoro ma soprattutto gettò il buon seme.

Non vorrei essere frainteso … mia madre c’era, ma non poteva sovvenire a quelle che erano le esigenze di un bambino che diventava adolescente (se non nei limiti del possibile), mentre mio padre espletava da Londra il compito da genitore come meglio poteva, chiamando ogni settimana ed ordinandomi come comportarmi con mia madre, con mia nonna, a scuola e con la musica.

Entrambi i miei genitori comunque, a modo loro, mi avevano insegnato dei valori e principi sani che in seguito mi furono utili.

Cominciai sin da subito a dipendere da me stesso, dal mio carattere abbastanza spigoloso, per usare un eufemismo, e da piccoli espedienti non sicuramente leciti.

Fu lo sport la mia valvola di sfogo dove le mie qualità atletiche unite al mio spirito agonista fecero di me uno dei giocatori più forti in assoluto. Ma ciò non fece che aumentare una fiducia smodata nella mia persona ...

Mia nonna mi regalò la mia prima Bibbia a sedici anni. La leggevo di tanto in tanto, a seconda dei bisogni del momento. Ero molto più concentrato su quanto e come avrei ottenuto successo e vittorie in questo mondo piuttosto che sulla VITTORIA per eccellenza, la quale sarebbe durata “solamente” per tutta l’eternità.

Non avevo vizi come droghe, alcool, gioco d’azzardo, anzi ero piuttosto ligio e focalizzato sul mio obbiettivo. Ed era proprio questo il problema: quando abbiamo una dipendenza o un disagio fisico o di salute siamo consapevoli di doverlo risolvere, ma quando il problema non esiste, anzi, siamo in perfetta forma fisica, perfetta forma finanziaria, perfetta forma mentale, perfetta forma sociale in quanto sei acclamato, ricercato, ben voluto, insomma perfetta forma in tutto, non pensi proprio di aver bisogno di qualcuno. Per assurdo le ricchezze, il successo e la fama sono la peggior trappola, perché impediscono all’uomo di capire il reale bisogno di Dio nella propria vita.

Ancora una volta non vorrei essere frainteso: Gesù non ha in antipatia le persone benestanti, ringrazino Dio se lo sono, ma sa che la maggior parte confida in ciò che possiedono, piuttosto che in Colui che dona. Ed io ero proprio così, inebriato e accecato totalmente dal “mio” successo e dai risultati che comunque tardavano ad arrivare, alimentando sempre più determinazione e convinzione di essere autosufficiente e che prima o poi grazie alla mia pervicacia nessuno mi avrebbe impedito di ottenere ciò che mi spettava. Ma Dio aveva un piano diverso dal mio!

Quando nell’anno 2000 ero in procinto di perdere il quarto scudetto di fila, quinto se considero quello del 94, mi crollò letteralmente il mondo addosso. Mai in tutta la mia vita sentii quel senso di abbandono da parte di tutti e tutto: la madre di mio figlio, che tra l’altro non era più mia compagna (ma che poi divenne la mia futura moglie), non poteva certo aiutarmi, il piccolo Joel era appunto solo un bambino, Naigel sarebbe nato dopo qualche anno, mia madre in buona fede mi aveva detto pochi giorni prima che o vincevo quell’anno o non avrei mai più vinto, i miei tifosi avevano appena finito di insultarmi, i compagni di squadra mi guardavano come si guarda una persona su cui non si può fare più affidamento, gli amici erano spariti, i giornalisti mi sbeffeggiavano dandomi del povero perdente, … Ma tutto questo era niente: c’era un terribile dramma, un’atroce realtà, un dolore inconsolabile. In sostanza, il sottoscritto non aveva più fiducia in se stesso. Il “grande” Carlton aveva lasciato posto ad un piccolo, spaesato, confuso ed impaurito uomo di ventinove anni, il quale stava avendo pensieri sinistri e per niente auspicabili.

La sensazione mai sperimentata del totale abbandono e solitudine era talmente reale e struggente che cominciai a percepire l’inizio di quella che viene chiamata depressione. L’unica cosa a cui pensavo era come evitare di andare a giocare la successiva partita e ovviamente le altre. Potevo far finta di stare male? Mi avrebbero comunque imbottito di farmaci per farmi giocare! Avrei potuto causarmi un infortunio? Ma dove? Alla mano? Al piede? Forse al ginocchio? Avremmo giocato dopo trentasei ore: inutile dire che ancora non avevo mangiato nulla o bevuto, sennonché le labbra erano bagnate da fiumi di lacrime causate dal mio disperato e angosciato stato d’animo che non trovava una soluzione né tantomeno quella pace a cui molti inneggiano senza sapere quale in realtà sia la vera Pace che solo Dio può e vuole dare.

Ancora dopo diciannove anni rivivo quel drammatico momento e mi si stringe il cuore a vedere quel ragazzo che era così sicuro delle sue capacità, della sua forza di volontà, della sua forza mentale sostenendo che nessuno gli aveva regalato nulla e tutto quello che possedeva se l’era conquistato con le proprie forze. Osservarlo in quella condizione di totale e assoluta disperazione mi commuove e mi rattrista, ma allo stesso tempo mi fa dire che Dio è buono e misericordioso.

Nella totale oscurità del tunnel che stavo attraversando ebbi una piccola ma significante speranza nella sola Persona che poteva in qualche maniera se non risolvere almeno lenire la mortale sofferenza che stavo provando. Nonostante mi sentissi indegno e ipocrita a rivolgermi a Gesù, riuscii ad elevare dal profondo del cuore una semplice accorata preghiera: “Gesù se è nella tua volontà che perda un altro titolo così sia! Sappi però che questa volta non ne uscirò indenne”. 

Ora, poter spiegare a parole cose successe nei minuti successivi è davvero complicato, posso “solamente” testimoniare che una pace ed un senso di serenità pervase tutto il mio essere e, come se non bastasse, mi fu ridata la fiducia in me stesso (questa volta non quella che mi ero creata io, ma una migliore). Inutile dire come finì quella serie di partite …

Questa fu la mia prima esperienza concreta, reale e tangibile con Gesù. Tuttavia non mi converti in quella circostanza, pur vivendo un’esperienza emotiva straordinaria e soprattutto in un lasso di tempo così ristretto, ma ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio.

Quando mi capita di testimoniare di questa particolare circostanza della mia vita alcuni tentano di confutare o giustificare l’accaduto con disparate teorie, tipo che è stata la mia mente ad aver reagito, che lo stato di disperazione mi ha portato ad una reazione positiva, che mi sono convinto da solo che Dio è intervenuto, che mi sono ripreso da solo, …

Personalmente, ritengo che siano un po’ come quelle persone le quali credono alla casualità dell’esistenza della terra e degli esseri perfetti che la abitano ... Sono dell’umile parere che serva più fede nel credere alla casualità della nostra esistenza piuttosto che al sublime Creatore di ogni cosa!

Tre anni dopo, nell’inverno del 2003 ai primi di marzo, in un periodo particolarmente allegro e spensierato - mentre stavo leggendo la Bibbia - improvvisamente di punto in bianco realizzai che se Gesù fosse tornato in quell’istante non sarei stato pronto, anzi condannato per l’eternità. Ancora una volta fui preso da un grande timore, ma non disperazione; era piuttosto la consapevolezza di non essere nella giusta relazione con Dio, una relazione interrotta e guastata dal peccato. Cominciai a piangere chiedendo, ora sì, disperatamente e insistentemente la certezza della salvezza. Ricordo ancora la semplice preghiera. Prostrato al lato del letto dissi: “Finché non mi dai conferma del tuo perdono, io non mi alzo da qui!” Sorrido al pensiero di come mi sia rivolto a Dio, ma questa è il tipo di richiesta e determinazione che Egli gradisce.

In quel periodo non avevo familiarità con la Parola di Dio come posso averne oggi, pertanto era impensabile per me trovare dei versetti in cui vi era la risposta alla mia richiesta. Ma ancora una volta ciò che agli uomini è impossibile è possibile a Dio. Il Suo Spirito mi condusse in Giovanni 13:8-10, dove la risposta risiedeva soprattutto al verso 10: “Gesù gli disse: Chi è lavato tutto, non ha bisogno che di aver lavati i piedi; è purificato tutto quanto”. È purificato tutto quanto. È purificato tutto quanto. È purificato tutto quanto. Continuai a piangere, ma questa volta di gioia e felicità. Gesù mi aveva salvato e liberato definitivamente dalla schiavitù del peccato.

Sono passati quasi diciassette anni da allora. Le difficoltà, le prove, le circostanze difficili ci sono state così come quelle belle, ma la differenza è che con Gesù hanno un altro sapore. La pace, la serenità e soprattutto la fede costantemente presenti nella vita del credente permette a quest’ultimo, quando si accosta con fiducia a Dio, di affrontare qualsiasi circostanza e criticità che l’imprevedibilità della vita ci riserva.

Caro lettore, se sei arrivato alla fine di questa testimonianza, quest’ultima può aver o no sortito qualche effetto, ma prima di ritenere queste parole solo come tali e niente più, vorrei invitarti a mettere Dio alla prova, chiedendogli di manifestarsi nella tua vita. Lo puoi fare ORA!!!!!

Carlton Myers
2019